3 - Noi e la crisi


ritratto di Stefano_Vitali

DiStefano Vitali - Inserito il09 May 2009

Stiamo vivendo un periodo difficile. Così come lo sta vivendo l'Italia, l'Europa ed il mondo intero. Non ci sono isole felici di fronte ad una crisi economica che nasce dalla finanza e colpisce l'economia reale e con questa, il lavoro, le speranze, i sogni, le necessità di vita di tutti i cittadini.

Non potevamo rimanerne immuni anche se, per molti aspetti, siamo in grado di cavarcela un po' meglio rispetto a molte altre realtà.

Ci aiutano gli investimenti che abbiamo fatto nel futuro, investimenti che oggi non sarebbero più possibili, e che ci consegnano una Fiera di livello internazionale, un Aeroporto che è rinato, i Palazzi dei Congressi di Rimini e Riccione in via di decollo, un'Università che è cresciuta a ritmi superiori a tutta la Romagna.

Ci aiuta la diversificazione del nostro sistema produttivo, ci aiuta la diffusione dell'impresa fondata su piccole dimensioni che ha in sé la cultura del resistere ai tempi duri e dell'assumersi in prima persona i rischi, ci aiuta la particolare vocazione turistica della nostra riviera che ci consente di mettere in campo quella straordinaria mobilità mentale che ci ha permesso di uscire da situazioni davvero drammatiche (ce la siamo messi alle spalle, ma rimane ben impressa nella nostra memoria l'estate del 1990 con il mare Adriatico ridotto ad una distesa gelatinosa di mucillagini), ci aiuta la nostra storia e la nostra tradizione.

Eduardo De Filippo definiva la tradizione come "la vita che continua". E c'è davvero molto di vitale, in grado di continuare e incarnarsi in qualche cosa di nuovo e pulsante, nella nostra storia. Ed appartiene alla nostra tradizione la capacità di unirci nei momenti critici. Oggi ne abbiamo bisogno e sappiamo come fare.

Non possiamo consegnarci alla contabilità dei ragionieri del declino che ogni mese ci ricorderanno il numero dei disoccupati, le ore di cassa integrazione, il numero delle imprese che chiudono e quello dei lavoratori precari che non vedranno rinnovato il proprio contratto. Non possiamo farlo perché sappiamo che dietro ai numeri ci sono persone in carne ed ossa, con le loro difficoltà e i loro problemi, e noi non potremo mai considerarli numeri buoni per qualche considerazione statistica.

E noi non intendiamo lasciare solo nessuno e dobbiamo farlo muovendoci su due piani: quello della contingenza e quello del futuro. Sappiamo che per essere più competitivi e più solidi dobbiamo investire in cultura, in formazione, in infrastrutture, in servizi, in qualità ambientale.

Ma sappiamo anche che a chi non riesce ad arrivare a fine mese non possiamo limitarci a dire "stiamo lavorando per il tuo futuro". Il futuro richiede possibilità di immaginare, di coltivare con fondamento la speranza, di individuare traiettorie di vita personali e sociali migliori. Il futuro richiede che la crisi non si abbatta soprattutto su coloro che già brutalmente sono stati spinti ai margini della prassi sociale e occupazionale. In tal senso è priorità della Provincia di Rimini alimentare sistematicamente una cultura dell'uguaglianza tra i generi, i popoli e le culture e della pari opportunità: ciò non significa solo promuovere una vera e numericamente equanime valorizzazione delle capacità delle donne in ambito politico e amministrativo ma soprattutto il considerare prioritario in ogni versante del vivere quotidiano (sociale, culturale, urbanistico, economico) il sostegno all'apporto femminile attraverso strumenti quali Piano degli orari delle città, banche del tempo etc. Questo è ancora più importante in una realtà in cui le donne hanno il tasso di occupazione più basso di tutta la regione. In tal senso va valorizzata la scelta compiuta dalla Provincia di prevedere nel proprio Statuto la parità di genere nelle nomine di propria competenza negli Enti.

La fiducia nel futuro la dobbiamo fondare non su vacui slogan ottimisti ma sulla capacità di dare risposta all'oggi, alle emergenze che si manifestano.

Solo chi non si sente abbandonato a se stesso può permettersi di guardare con fiducia in avanti.

E per fare questo c'è bisogno di quel grande valore comunitario che si chiama coesione sociale.

Non stiamo lavorando per una semplice alleanza politica e programmatica, pur necessaria, che deve garantire la nascita di un governo unito e capace di dispiegare un'azione efficace. Stiamo ponendo le premesse per una nuova unità della società riminese, delle sue classi dirigenti diffuse, dei suoi diversi "portatori di responsabilità". L'impegno delle istituzioni, la capacità di governare bene ed in maniera disinteressata che caratterizza da tempo la nostra realtà, non sono sufficienti per garantire una soluzione alle esigenze di prospettiva che richiede il nostro territorio. L'area riminese per superare la crisi e guadagnarsi nuove mete di sviluppo ha bisogno di muovere attorno ai grandi obiettivi tutta la sua ricchezza: quella delle associazioni economiche e dell'imprese, quella del movimento sindacale, quella del suo preziosissimo mondo dell'associazionismo e del volontariato, quello della cultura e della ricerca, quello del credito a partire dagli istituti bancari che affondano le proprie radici storiche nell'economia locale. Ha bisogno che si rinnovi un rapporto solido e virtuoso con la Camera di Commercio, che la Fondazione Carim e il sistema bancario riminese nel suo complesso continuino lo sforzo di rinnovamento e sappiano identificarsi sempre più con l'interesse vivo di una comunità non seduta ma dinamica nelle istanze e nei bisogni.

Ha bisogno di creare il contesto sociale, culturale, economico affinché i nuovi attori, potenzialmente generatori dello sviluppo, possano trovare spazi e opportunità vere e non i muri di gomma alzati dalla deleteria cultura della conservazione e della rendita. Ha bisogno che i propri rappresentanti in regione ed in parlamento continuino pure a giocare con le magliette della propria squadra ma per trovare, quando serve,il coraggio di vestire la maglia unica della nazionale: quella riminese.

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