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Il modello riminese di scuola: le buone pratiche (spesso) ignorate
Negli ultimi tempi abbiamo sentito ogni tipo di accusa rivolta verso la scuola: non prepara i nostri ragazzi, che nelle prove internazionali sono tra i più ignoranti; paga insegnanti fannulloni ed incapaci, che si trastullano tra l’assenteismo ed i comportamenti scorretti nei confronti degli studenti; diventa covo di spacciatori e bulli che poi finiscono su you-tube… e chi più ne ha più ne metta.
La realtà che io ho conosciuto nella scuola riminese (e mi riferisco alla secondaria di primo grado, nella quale lavoro) è molto diversa: una scuola fatta di fatica quotidiana, dove la stragrande maggioranza degli insegnanti cerca di compiere con coscienza il proprio lavoro e dove la realtà scolastica ha fatto negli ultimi anni degli sforzi da gigante per adeguarsi ai rapidissimi cambiamenti socio- culturali che hanno interessato il nostro territorio, nonostante le risorse sempre più risicate.
Ora, credo che le cosiddette “buone prassi” della nostra scuola dovrebbero essere valorizzate e sostenute dall’amministrazione provinciale e comunale, con azioni che da un lato si pongano nella direzione di valorizzare il lavoro svolto e dall’altro sostengano, anche con adeguate risorse, il proseguimento ed il rafforzamento di ciò che si è intrapreso.
Gli insegnanti, i dirigenti, le scuole, hanno in questo momento un grande bisogno di una simbolica “pacca sulle spalle”, dopo il tanto fango che è stato gettato loro addosso.
All’ottima proposta emersa dall’ultimo incontro del forum sulla scuola (prevedere degli incontri di ascolto del corpo docente da parte del prossimo presidente della provincia) si potrebbero aggiungere iniziative volte a pubblicizzare e rendere note le buone pratiche e gli eccellenti risultati che emergono non di rado dalle nostre classi. La valorizzazione della scuola passa anche attraverso il riconoscimento del suo ruolo sociale ed azioni che lo rammentino alla popolazione ed anche ai nostri governanti, con i tempi che corrono, non sono forse superflue.
Pensiamo ad esempio quanto sia stato rapido il cambiamento con l’arrivo, negli ultimi anni, di un numero consistente di studenti stranieri di molteplici etnie: le scuole si sono attivate, hanno cercato di formare gli insegnanti, hanno organizzato corsi di alfabetizzazione, hanno provato ad aggiustare programmi ed organizzazione didattica, hanno fatto interessanti esperienze di lavoro in rete con le altre istituzioni del territorio, cercando di salvaguardare i punti fermi dell’integrazione e della qualità dell’offerta formativa per tutti. D’altra parte, la nostra regione ha una grande tradizione di sperimentazione, studio e ricerca delle forme più adeguate di integrazione anche per quanto riguarda gli alunni disabili. Eppure di un tale bagaglio di esperienze non mi pare si sia tenuto conto né a livello centrale, da parte del Ministero, nè a livello “popolare”: che cosa hanno fatto i genitori di Rimini per difendere la loro scuola dall’attacco della Gelmini? Praticamente nulla! Questo mi fa pensare che la percezione della scuola da parte loro sia in effetti più simile a quella trasmessa dai media che non all’immagine che dovrebbero avere della realtà locale.
Non credo che questa sia “la migliore delle scuole possibili” (come avrebbe detto Voltaire), ma credo che ci sia tanto di buono che non viene valorizzato e che non emerge, sommerso da questa esondazione televisiva che ormai da tempo non si limita più a trasmettere l’informazione, ma la crea artificiosamente in modo funzionale all’azione del governo. Così, anche nel forum scuola del PD, il problema del bullismo diventa uno dei principali nodi da trattare, come se le difficoltà della scuola potessero ridursi ad una questione di ordine pubblico.
Possiamo, nel nostro piccolo, provare a dare un’inversione alla rotta?
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Con la presente voglio dare rilievo allo splendido intervento di Lorella Camporesi.
Inizio con una piccola, ma significativa, parte di un editoriale di Eugenio Scalfari di qualche mese fa:
“Qui da noi lo Stato unitario ha avuto una presenza evanescente, estranea, lontana, vissuto più come sopraffattore che come garante del patto sociale. Più come autore di violenza che tutore di legalità. Il popolo non ha partecipato, ma ha soltanto assistito alla nascita dello Stato. Quando esso si costituì il 75 per cento della popolazione era formata da contadini. Fuori dalle istituzioni, fuori dal mercato. Consumavano le poche derrate che producevano, non avevano ospedali, non mandavano i figli a scuola, le sole presenze istituzionali erano i carabinieri e gli agenti delle imposte. E i preti.
Non facevano notizia i contadini. Nascevano, figliavano, morivano.
L'opinione pubblica rappresentava soltanto il 25 per cento. Proprietari fondiari, commercianti, industriali, magistrati, professionisti, maestri e docenti, impiegati.
Da questa fetta sottile della società emergeva la classe dirigente, i capi delle amministrazioni locali e nazionale, gli ufficiali dell'esercito, gli imprenditori.
Insomma la borghesia e la piccola borghesia. I deputati.
Lo Stato galleggiava sulla società la quale a sua volta galleggiava sulla moltitudine dei contadini e sulla classe operaia.”
Poche ma esplicite parole su quali fossero le condizioni dell’Italia fino a poco meno di un secolo fa .
Dalle condizioni in cui si trovavano contadini e operai allora, a quelle attuali il passaggio è stato esclusivamente frutto di lotte. Rapporti di forza che operai, contadini e ceti deboli in generale sono riusciti a mettere in discussione organizzandosi in prima persona con associazioni, reti di mutuo soccorso, sindacati e partiti. Tali organizzazione e le loro (drammatiche) lotte hanno trasformato una plebe in un popolo, hanno prodotto salari decenti, diritti civili, pensioni, sanità pubblica (a proposito, per chi non lo sapesse, un tempo chi era malato e povero, moriva e basta…) parita’di diritti tra i sessi e anche una scuola pubblica, gratuita e per tutti.
Voglio dire che le parole di Lorella sottolineano come la scuola come la conosciamo noi non é un diritto, per cosi’ dire, naturale. Non é sempre stata cosi’ e non è affatto detto che tali resti. Il diritto all’istruzione pubblica, gratuita e di qualita’ è un diritto conquistato.
Ora mi sbilancio, ma sostengo che tra tutte le conquiste sia stata la più importante. La scuola è la leva su cui si basa quel briciolo di meritocrazia che abbiamo in Italia. Il fatto che l’operaio possa sognare il figlio dottore (mito di una generazione di lavoratori) nasce esclusivamente da fatto che la scuola sia cosi’ come la conosciamo, pubblica, gratuita e di qualita’. La via dell‘emancipazione sociale, del potersi permettere di uscire da condizioni sociali difficili nasce dall’istruzione. La conoscenza è potere.
Gli attacchi che subisce vanno tutti nella stessa direzione, cioè nella direzione di limitarne l’accesso ai soli chi se la possono permettere. Si scredita la scuola pubblica minandone le basi, tagliandone i fondi, limitandone la didattica e contemporaneamente si sponsorizza (si finanza) quella privata.
Nulla contro la scuola privata, anzi, ma questa per potervi accedere, bisogna potersela pagare (e non costa poco).
E’ indispensabile impegnarsi oggi in prima persona, esattamente come lo fecero tante persone nel corso di tutta la storia di questo paese, per continuare ad avere, e magari migliorare, la scuola come la conosciamo. Se non lo facciamo i nostri figli non la conosceranno nemmeno, o ne conosceranno una versione solo “per pochi” (o per molto pochi, visto che comunque gli italiani non brillano nel panorama europeo per livello d’istruzione).
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A ciò che hai detto, Rossano, vorrei aggiungere che se la mobilità sociale trova i suoi presupposti nella possibilità di accesso per tutti a tutte le scuole, non dobbiamo dimenticare che il background culturale di ogni adolescente è sempre determinante nella scelta di un determinato percorso formativo: studenti che si iscrivono ad una scuola professionale o tecnica sono, spesso, culturalmente poco stimolate dalla famiglia di origine.
In sostanza, tra gli obiettivi di una scuola che voglia definirsi veramente democratica, dovrebbe essere inclusa anche quella che Edgar Morin chiama “la morale della conoscenza”, cioè la capacità da parte degli insegnanti di stimolare nei propri studenti la curiosità e l’amore per la conoscenza, al fine di poter colmare nei nostri giovani le “lacune” di partenza.
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