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Dai nuovi amministratori risposte strutturali per rilanciare la nostra economia
Ci stiamo avvicinando al rinnovo di gran parte delle amministrazioni locali del nostro territorio nel corso di una delle più gravi crisi che la moderna economia di mercato abbia mai sperimentato. Cinque anni fa (solamente cinque anni fa) affrontavamo la tornata amministrativa in una fase di pieno sviluppo della nostra economia e nonostante fossero già evidenti alcune storture: nuova immigrazione dequalificata, degrado sociale in alcuni contesti, percezione di insicurezza, invecchiamento della popolazione; sviluppo edilizio invasivo e frammentato, molti indicatori economici e sociali ci ponevano ai primi posti tra le province italiane. La realizzazione della nuova fiera ed i progetti dei due palacongressi di Rimini e Riccione (solo per citare due esempi fra i tanti) ben rappresentavano la voglia di fare e lo sforzo per ridefinire e rilanciare una nuova identità territoriale a vocazione europea. In coerenza con questo quadro e soprattutto in ragione del buon operato degli amministratori uscenti (parte dei quali in corsa per il secondo mandato), il dibattito politico di allora si incentrò sul governo dei problemi in una logica di totale continuità culturale e amministrativa con l’esperienza di governo che si andava a concludere.
Oggi la congiuntura è completamente cambiata: la crisi del sistema finanziario mondiale si è sovrapposta ad un già evidente rallentamento negli scambi economici tra i paesi. Per la prima volta l’intera economia mondiale entra in deflazione e in recessione. A questo si aggiunge la debolezza strutturale del sistema Italia ed in particolare del nostro sistema industriale che versa da tempo in una costante crisi di produttività. Ovviamente anche il nostro territorio è toccato da queste debolezze. Anzi, in questo contesto l’economia riminese corre seriamente il rischio di arretrare nella propria produzione di ricchezza. Preoccupanti segnali si sono già manifestati nell’ultima parte del 2008: la pesante crisi del settore manifatturiero, le difficoltà del commercio, lo sgonfiamento del settore delle costruzioni la caduta della domanda delle famiglie. E infatti oggi perdiamo posizioni secondo gli indicatori economici e sociali. All’indebolimento in atto si stanno poi aggiungendo gli effetti della stagnazione mondiale sulle esportazioni: l’utilizzo della cassa integrazione, la chiusura di decine di imprese, il crollo dell’occupazione e quindi l’ulteriore calo dei consumi. La restrizione del credito, che in parte potrebbe diventare una condizione di medio-lungo periodo, nel nostro caso rischia di avere effetti più pericolosi, rispetto ad altre realtà, a causa di alcune caratteristiche della nostra economia, per la presenza massiccia di artigiani e piccole imprese, per la loro bassa capitalizzazione, per lo sforzo di rinnovamento e qualificazione che numerosissime attività (industriali, artigianali, e commerciali) hanno avviato investendo risorse e contraendo mutui. Da qui la necessità di insistere sulle misure per il finanziamento straordinario dei consorzi fidi e per aiutare l’affidamento bancario alle piccole imprese. Ma accanto a misure “tampone”di “pronto intervento”, come possono essere quelle di sostegno al credito, è opportuno mettere in campo risposte strutturali, quelle sole cioè che consentono il riposizionamento di interi settori locali su segmenti di mercato più innovativi.
La crisi produce cambiamenti e selezione. In assenza di interventi strutturali il rischio è che la crisi non selezioni le imprese migliori premiando quelle con forti potenzialità di crescita, ma semplicemente le impoverisca tutte. Degradando l’intero tessuto sociale.
Tuttavia ci sono tutte le condizioni affinché il sistema economico e sociale riminese eviti questo rischio e colga questo momento di difficoltà per ristrutturarsi e riconvertirsi. Trasformare la crisi in opportunità per il nostro territorio è cosa complessa ma non impossibile. La prima opportunità è quella di ridurre alcune debolezze del nostro modello imprenditoriale, come l’estrema parcellizzazione, gli insufficienti investimenti in innovazione, la scarsa propensione alla creazione di servizi avanzati. Si dovrà incentivare la crescita dimensionale delle nostre imprese premiando l’aggregazione e le logiche di gruppo.
La seconda opportunità è quella di rispondere al bisogno delle imprese di piccola e media dimensione di essere inserite in un “sistema”, in un coordinamento delle istituzioni e dei soggetti economici e sociali che sia realmente integrato ed orientato allo sviluppo, cioè in grado di offrire relazioni, servizi, opportunità per coloro che hanno le potenzialità per ricominciare a correre e tutele e sostegno per consentire a chi rimane indietro di riprendere velocemente posizione. Per facilitare questo processo le istituzioni pubbliche dovranno investire sul capitale sociale: infrastrutture, cultura, reti informative, mobilità, sicurezza, legalità al fine di accrescere la competitività e l’ attrattività del territorio. Ovviamente l’attivazione ed il buon governo di questo “sistema” comporta dei costi, politici ed economici ai quali tutti dovranno essere chiamati a contribuire. Se veramente vogliamo lanciare un “new deal” riminese per sostenere stabilmente il nostro tessuto economico (cioè la redditività delle nostre imprese ed il reddito dei nostri lavoratori) lo possiamo fare solamente attraverso uno sforzo comune tra imprese, mondo del lavoro, azione pubblica, co-operazione e co-progettazione, pubblica/privata.
In questo quadro è fondamentale il ruolo che sapranno giocare le nostre amministrazioni. Il combinato disposto: crisi economica-forte restrizione della finanza pubblica (nazionale e locale)-riforma del federalismo fiscale, deve oggi spingere gli amministratori a porsi prima di tutto il problema di come creare risorse anziché, come sin ora è stato fatto, di come utilizzare. Non è più sufficiente continuare a delegare questo compito alle sole attività produttive e riservarsi, come amministrazioni pubbliche, il ruolo di gestire la spesa. Questo comporta che gli enti locali modifichino politiche, ed approccio agendo sempre di più da partners e da sollecitatori attraverso la propria azione normativa e programmatoria. Per questo motivo chi è oggi chiamato a governare la nostra comunità non può più porsi in una logica di semplice continuità culturale e amministrativa col passato, ma deve trovare obiettivi e prassi dell’azione amministrativa secondo nuove direttrici culturali. Il problema di fondo non è più solo come fare sistema: prima occorre essere in grado di produrre idee nuove e nuovi progetti, per potere sperimentare e innovare politiche capaci di rinforzare e rilanciare quella “vocazione europea”che il nostro territorio non può permettersi di perdere, sopprattutto in un momento così difficile.
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